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Produzione e circolazione della ceramica fine da mensa in Campania

Ricerca

La ricerca, svolta nell’ambito del team diretto dalla professoressa Carmela Capaldi, è stata dedicata alla ceramica fine da mensa nella Campania romana (I sec. a.C.- II secolo d.C.), con particolare riferimento al sito di Neapolis.

La ceramica fine da mensa raccoglie diverse classi ceramiche, che hanno in comune l’alto livello qualitativo dei prodotti, opera di artigiani specializzati, e la destinazione d’uso. Si tratta, infatti, di contenitori destinati alla mensa e al banchetto, in sostituzione o in associazione al più prezioso vasellame in bronzo o argento.

Distinguiamo all’interno di questo macro-gruppo almeno tre classi principali: ceramica a vernice nera; terra sigillata; ceramica a pareti sottili.

Nell’ambito del progetto si è scelto di affrontare in particolare lo studio della ceramica a pareti sottili e della terra sigillata italica.

Inquadramento storico-critico delle classi ceramiche

Fig. 1. Esempi di ceramica a pareti sottili interi. (https://www.britishmuseum.org)

Il repertorio formale della ceramica a pareti sottili è costituito da forme aperte: boccalini, con o senza ansa, che da allungati in età repubblicana diventano in età imperiali globulari; bicchieri, che possono essere cilindrici o troncoconici; coppe, anche biansate, con vasca emisferica o con carena più o meno arrotondata.

La produzione ha inizio in Italia a partire dal II secolo a.C. e si estende poi ad altre regioni dell’impero romano perdurando fino al III secolo d. C. Il livello qualitativo più alto si colloca tra la seconda metà del II secolo a. C. e la prima metà del I secolo d. C. Dopo questo periodo si assiste a una crisi produttiva, caratterizzata da un notevole scadimento qualitativo e da un impoverimento delle forme e delle decorazioni, gradualmente sostituite dai più economici contenitori in vetro.

Fig. 2. Coppette in terra sigillata. Piazza municipio. (Giampaola – Carsana 2005)

 

Con il termine “sigillata”, invece, viene indicata una classe di vasellame fine rivesta da una vernice rossa brillante, prodotta dalla tarda età repubblicana alla tarda età imperiale in tutto il mondo romano, il cui repertorio è costituito, per lo più, da forme aperte, come piatti, coppe, scodelle, calici, bicchieri e bottiglie. Si distingue tra sigillata italica, gallica, ispanica, africana e orientale.

Fig. 3. Esemplare di terra sigillata aretina. Arezzo, Museo archeologico (https://archeotoscana.wordpress.com)

Arezzo è il più antico ed importante centro produttore su suolo italico.
La terra sigillata aretina è prodotta dalla metà del I sec. a. C. ed ha una rapida diffusione in tutto l’Impero, fino a raggiungere i territori orientali dell’Asia. Si tratta di un vasellame dall’argilla finissima e dal brillante colore rosso corallo della superficie.

Accanto ai centri di produzione aretina, sono diverse le officine operanti in altre località dell’Etruria, del Lazio, della Campania della Lombardia e del Veneto.

Fig. 4. Calice in terra sigillata firmato da N. Naevius Hilarus, Napoli, Museo Nazionale di Napoli, n. inv. 316869. Particolare. (Soricelli 2017)

Particolarmente fiorente è la produzione di Pozzuoli, in Campania, che ha inizio dalla fine del I secolo a. C. Data l’importanza del suo porto, centro commerciale di tutti i traffici del Mediterraneo orientale e sbocco naturale di tutto l’entroterra campano, si comprende che l’artigianato ceramico abbia avuto in questa città un notevole sviluppo.
Caratteristiche dei vasi puteolani sono le superfici rivestite da una vernice rossa “vetrificata” e la firma in cartiglio circolare contornata da corona di alloro. Il repertorio figurativo del principale ceramista di Pozzuoli, N. Naevius Hilarus, è simile a quello delle coeve produzioni aretine, frequenti sono, inoltre, le figure isolate su alti piedistalli intervallate da motivi vegetali; nel complesso l’esecuzione si distingue da quella di Arezzo per una maggiore pesantezza.

La ceramica sigillata africana si sviluppò a partire dal I secolo d.C. circa, inizialmente su imitazione dei modelli importati (sigillata gallica e italica) e in seguito, a partire dall’età flavia, con una propria autonomia sia stilistica che tecnica. Le produzioni, caratterizzate da un rivestimento di colore arancione, sia chiaro che scuro, brillante o opaco, si diffusero su tutte le coste del Mediterraneo tra il II e l’VIII secolo. In particolare tra la fine del II e gli inizi del III secolo le produzioni africane soppiantarono quelle italiche e galliche come ceramiche da mensa più diffuse.
In Oriente, la ceramica sigillata, caratterizzata da una superficie di colore giallo chiaro e da un impasto depurato, venne prodotta dal II sec. a. C. fino al IV secolo d. C.; ma dalla fine del II secolo d. C. si verificò una diminuzione di produzione.
La terra sigillata di produzione gallica, caratterizzata da una superficie rossa brillante, invece, ha inizio a partire dal I secolo a.C. perdurando fino al IV secolo d. C. Il livello qualitativo più alto si collocò tra la seconda metà del I secolo d. C. e la prima metà del II secolo d. C

Metodo della ricerca

La prima fase della ricerca ha previsto la raccolta della bibliografia disponibile sul tema. Dalla lettura critica dei testi viene confermata l’esistenza di una fiorente produzione delle classi analizzate tra l’età tardo repubblicana e la media età imperiale. Gli studi sui rinvenimenti di matrici e scarti di fornace, le analisi chimico-fisiche degli impasti nell’area flegrea e vesuviana e l’esame della distribuzione dei prodotti di officine non solo neapolitane, hanno permesso di localizzare in Campania nuovi ateliers che producevano ceramica fine da mensa, offrendo così un quadro della produzione ben più articolato di quanto si supponesse ancora pochi anni or sono. È stata, inoltre, tracciata la circolazione di queste classi all’interno di tutta la regione sui mercati regionali e, nel caso della terra sigillata, sui mercati mediterranei, anche se restano ancora poco noti i meccanismi di diffusione.

Nella seconda fase della ricerca si è avviata la revisione delle schede materiali prodotte nel corso degli scavi di Piazza Municipio dal personale della Soprintendenza archeologica metropolitana.

Fig.5. Disegni dei reperti ceramici. Archivio dell’autrice

Risultati conseguiti

I risultati di questa ricerca sono stati strutturati in modo tale da poter essere inseriti nella piattaforma DatabencArt, attraverso la compilazione di schede e, inoltre, sono stati utili per la produzione di testi da riversare nella piattaforma Hetor sviluppata nell’ambito del distretto DataBenc.”.
Si è predisposto la costruzione di un museo virtuale, legato all’uso del vasellame fine nei banchetti, con l’obiettivo di divulgare gli usi, i costumi e le abitudini alimentari dei cittadini romani di Neapolis.
Infatti, una parte importante della scenografia del banchetto romano, era adibita al vasellame.

“..Ricevere un invito a pranzo era quanto di meglio si potesse desiderare, soprattutto quando lo si riceveva da persone amiche perché voleva dire trascorrere una serata in tutta tranquillità, senza timore di essere fra intesi se si dava detta, per effetto del vino, qualche parola di troppo..” (Mart. 5,78, 23-24).

Fig.6. Banchetto familiare. Affresco di IV stile pompeiano, da Pompei (V, 2, 4), oggi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. (https://www.pompeionline.net/images-1029/affreschi-pompeiani-al-man/4-pompei-affreschi-esposti-al-museo-archeologico-nazionale-di-napoli)

Fig. 7. Cena di banchetto, affresco da Pompei, triclinio della Casa dei Casti Amanti, Museo Archeologico Nazionale, Napoli) (https://www.pompeionline.net/images-1029/affreschi-pompeiani-al-man/4-pompei-affreschi-esposti-al-museo-archeologico-nazionale-di-napoli)

Abbreviazioni bibliografiche

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BORSISTA DI RICERCA:

GIOVANNA D’ALESIO

RESPONSABILE SCIENTIFICO:

CARMELA CAPALDI

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